Abbiamo ridotto l'utopia a sinonimo di impossibile: un altrove perfetto, rimandato a un futuro che non arriva mai. E se l'errore fosse averla cercata nel tempo invece che nello spazio? In Fare utopia (nottetempo) Paolo Bosca la riporta a terra, letteralmente: l'utopia è prima di tutto un luogo — un'isola, un campo, un margine — da abitare qui e ora. Dal mito del paese di Cuccagna alla parola inventata da Tommaso Moro, fino alla griglia con cui Jefferson quadrettò l'America, il potere ha sempre disegnato e occupato lo spazio; eppure restano interstizi per l'altrove: montagne, periferie, aree abbandonate, occupazioni, terreni agricoli, spazi pirata che Bosca ha attraversato in prima persona. Ne esce un'idea di utopia come arcipelago — non un luogo unico, ma una costellazione di isole — e come sapere pratico, fatto di gesti, di corpi, di comunità. Coltivare l'altrove, appunto: perché l'utopia non si aspetta, si pianta.
In collaborazione con Viticultura